Crea sito

I Swear I Lived

I colori della Vita...

Author: iswearilived

Che tempo fa?

L’amicizia è una cosa seria. La retorica odierna ci dice che Facebook ha unito una moltitudine di persone. Di fatto dovrebbe essere una cosa buona. Fondamentalmente, il concetto non è sbagliato. La condivisione è uno dei fattori cardine dei Social, senza di essa non avrebbe senso nessuna piattaforma virtuale. L’amicizia, quindi, è condivisione. Condivisione che va al di là del farci i fatti degli altri, vuol dire gioire o farsi coraggio a vicenda nelle varie situazioni della vita. Ad un certo punto arriva il momento, l’istante esatto in cui si fa una scelta, o molto più semplicemente la strada perde le sue varie uscite e si decide di camminare con una cerchia molto ristretta di persone. Giusto due o tre. Fin dalla scuola elementare ci portiamo dietro persone, amici del cuore, che poi diventano meno amici, alcuni lo diventano ancora di più, di altri se ne perde ogni traccia. E si arriva ad un età in cui capisci che è inutile avere troppa gente intorno a chiedersi vicendevolmente: “che tempo fa?”. Ecco perché la condivisione è tutto. Non si tratta di rimanere da soli, certo bisogna e fa bene frequentare il prossimo ma, quando si considerano le amicizie, non si può trattare ogni rapporto come tale. Il poter parlare di se stessi, esprimersi in libertà, leggersi l’un l’altro come dei libri aperti, questo fa la differenza. Così, molti “strascichi” di affetto diventano conoscenze e, in modo molto naturale, avviene una sorta di smistamento delle nostre persone di fiducia. Non vi è molto da dire. Certo è che, per sapere com’è il tempo, basta alzare lo sguardo.

People…

Stasera, sì in questo momento è sera, quasi notte, scriverò di quanto sia bella la vita. Probabilmente è un argomento controcorrente, sarebbe più semplice parlare di quanto sia difficile vivere oggi. In fondo, vi è uno sfondo di pessimismo generale. In realtà non ci si ricorda più di ricordarsi di sorridere. Quanti giochi di parole. È semplice. Cammino, con la mia famiglia. Vedo gente camminare, camminare senza alzare la testa. Lo sguardo perso nei propri pensieri. Ogni tanto mi piace fare un gioco, più che altro riflettere sulle persone che mi trovo davanti. Con uno dei lavori che ho svolto, ho avuto l’opportunità di stare a contatto con molta gente e piano piano ho iniziato a pensare. Ho cominciato a pensare alle ipotetiche vite di tutti quegli sguardi pensierosi, senza fermarmi alla prima apparenza. Così nascevano le storie realistiche/fantasiose. L’uomo che alle sette di sera aveva appena finito di lavorare e tornava a casa, ma prima doveva fare la spesa, passare in farmacia, ritirare i panni dalla lavanderia. Una volta a casa, un bacio e un abbraccio cumulativo alla famiglia, una doccia veloce, praticamente un salto, bagnarsi e asciugarsi al volo, cenare e poi a letto perché si è stanchi e ci si alza presto. Poi c’era la donna che anche lei aveva finito di lavorare, un part-time, però, che lo era solo su carta, uno sguardo veloce a qualche capo d’abbigliamento per un regalo, che non si spenda un capitale, la fretta di tornare a casa perché doveva ancora cucinare anche se non sapeva cosa, poi stirare e mettere tutta la famiglia a nanna (marito compreso). Tutto ciò faceva parte del mio gioco e ancora oggi, talvolta, mi capita di immaginare in talune facce, talune storie. E questo ti fa capire, oltre al fatto di essere probabilmente pazzo, che in fondo siamo tutti immensamente uguali, diversi allo stesso tempo. Pensateci bene, le persone che incontriamo ovunque, per strada, nei negozi, nelle sale d’attesa, siamo abituati a vederle come uno sfondo della nostra quotidianità, quindi come semplici figure intorno a noi, di cui possiamo percepirne soltanto un gesto o un azione che in qualche modo ci connette indissolubilmente con l’altro. Per questo motivo ci troviamo in relazione con gli altri solo per un fattore “esterno” alla persona. Così noi siamo protagonisti assoluti della nostra giornata, del nostro minuto, del nostro secondo. Cosa c’è di così tanto strano? Ognuno vede, in fondo, se stesso. Esatto!! Ognuno pensa per sé. Non è forse questo il problema? Quando ci rivolgiamo a qualcuno, molto spesso, non sappiamo la storia dell’altro, cosa stia vivendo, dove stia andando e soprattutto da dove provenga. E siamo sempre più soli. Cosa c’entra tutto questo con il sorridere un po’ di più? Non si sorride perché non riusciamo a vedere più in là dei nostri problemi, che non siamo né i primi, né gli ultimi ad avere un periodo brutto, ma soprattutto non ci ricordiamo più che ci si può aiutare. Siamo uomini, siamo persone interconnesse fra loro, e non online, non per chissà quale obiettivo comune da seguire, ma semplicemente perché abbiamo il Dono immenso della vita, già questo ci rende uguali, nel bene e nel male. Ricordiamoci che la vita è bella, che le gioie sono tali se condivise, la tristezza può ritrovare il sorriso se giriamo lo sguardo verso uno sfondo fatto di persone… proprio come noi.

Davide T.

I Swear I Lived

Partiamo con la vita=coraggio=cambiamenti e c’è anche chi dice che sono cambiamenti solo se spaventano. Forse è proprio così. Oggi come oggi, ma maggiormente per la generazione nata negli anni ’90 è sempre più difficile trovare lavoro, e questa è una prima banalità che abbiamo già toccato in alcuni punti nei precedenti post. Fondamentalmente abbiamo visto che non è poi così tanto vero, o meglio il lavoro c’è ma non offre nessuna prospettiva, sembra che gli unici che se la passino bene siano o i cosiddetti raccomandati o chi ha avuto la classica botta di fortuna. Ok, tralasciando queste due categorie rimane chi sta in mezzo e saltella da un lavoro a un altro. Nessuna continuità, nessuna possibilità di accedere a qualsiasi mutuo, niente di niente. Nel frattempo ci si dimena fra disoccupazioni sempre più ingarbugliate e piccoli lavoretti. E come la vita in genere, si viene di fronte a tanti diversi cambiamenti quanto lo sono i lavori. Il problema iniziale è quello di doversi riadattare alle diverse mansioni, ai diversi settori, orari, tutti fattori che stravolgono il quotidiano di volta in volta. Sovviene, quindi, un tarlo nella mente, dopo l’iniziale pensiero di emigrare, ci si chiede se, forse forse, non sia l’ora di mettersi in proprio. A questo punto si fa molto puntigliosamente una scansione di tutte le nostre capacità cercando di trovare quella che può realmente creare un servizio e farci addirittura pagare per ciò che offriamo!!! Bene, trovato il nostro superpotere viene il momento di creare il nostro business. Ecco che arriva il vero problema!!! Mettiamo che ci stiamo addentrando in una dimensione lavorativa nuova dove creiamo noi il nostro servizio, mettiamo che dobbiamo equilibrare il nostro corpo a produrre da solo, vorremmo quindi cominciare con cautela senza troppa burocrazia e conti vari. Vorremmo sentirci per una volta liberi in tutto e per tutto. E invece… invece fatturare vuol dire guadagnare, guadagnare vuol dire tasse e volendo rimanere nella legalità abbiamo due scelte, lavoro saltuario, come l’hobby del sottoscritto, o rullo di tamburi… partita Iva. Sia nel primo, che nel secondo caso avremo a che fare con leggi e cavilli che scoraggiano il giovane imprenditore ad intraprendere una propria attività. Più che altro non è l’apertura di una partita Iva a spaventare, non è infatti la paura, è più il problema di dover affrontare con poche risorse un percorso che dovrebbe essere più elastico, almeno in partenza. Oggi le attività nascono e muoiono per diversi motivi, ma allo stesso tempo non sempre si è in grado di rischiare. Verrebbe da dire che se uno ha una buona idea di cosa deve aver paura? Di nulla! Però come tutte le scienze, un’idea va sperimentata, provata e corretta più volte prima di diventare perfetta e, molto spesso, non si ha la possibilità di sbagliare. A cosa serve questo post? Forse a nulla, ma si vuole in ogni caso dare coraggio. La realtà è questa, non la si cambia, ma ogni singolo individuo può fare la differenza e cambiare la propria realtà. Lo diceva anche Dante nel suo Ulisse: “…fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza…” Siamo tutti un po’ esploratori nel nostro oceano che è la vita. Facile dire ciò, poi il concreto è diverso, ma nemmeno tanto. Forse è più giusto dire che fin quando permetteremo di farci usare, di renderci oppressi da un sistema sbagliato, allora sì, resteremo ognuno nel proprio recinto, fra le nostre colonne d’Ercole a guardare da una fessura la nostra libertà di espressione, di arte, di volontà, di un lavoro che possa migliorare la nostra vita e quella degli altri. Il coraggio, oggi, che si chiama LIBERTÀ.

 

© 2019 I Swear I Lived

Visit SempliceWebUp ↑

WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com