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I Swear I Lived

I colori della Vita...

Che tempo fa?

L’amicizia è una cosa seria. La retorica odierna ci dice che Facebook ha unito una moltitudine di persone. Di fatto dovrebbe essere una cosa buona. Fondamentalmente, il concetto non è sbagliato. La condivisione è uno dei fattori cardine dei Social, senza di essa non avrebbe senso nessuna piattaforma virtuale. L’amicizia, quindi, è condivisione. Condivisione che va al di là del farci i fatti degli altri, vuol dire gioire o farsi coraggio a vicenda nelle varie situazioni della vita. Ad un certo punto arriva il momento, l’istante esatto in cui si fa una scelta, o molto più semplicemente la strada perde le sue varie uscite e si decide di camminare con una cerchia molto ristretta di persone. Giusto due o tre. Fin dalla scuola elementare ci portiamo dietro persone, amici del cuore, che poi diventano meno amici, alcuni lo diventano ancora di più, di altri se ne perde ogni traccia. E si arriva ad un età in cui capisci che è inutile avere troppa gente intorno a chiedersi vicendevolmente: “che tempo fa?”. Ecco perché la condivisione è tutto. Non si tratta di rimanere da soli, certo bisogna e fa bene frequentare il prossimo ma, quando si considerano le amicizie, non si può trattare ogni rapporto come tale. Il poter parlare di se stessi, esprimersi in libertà, leggersi l’un l’altro come dei libri aperti, questo fa la differenza. Così, molti “strascichi” di affetto diventano conoscenze e, in modo molto naturale, avviene una sorta di smistamento delle nostre persone di fiducia. Non vi è molto da dire. Certo è che, per sapere com’è il tempo, basta alzare lo sguardo.

Meravigliosa, vita…

Eccomi qui… ciò che scrivo è molto semplice, questo perché me lo insegnano i miei figli ogni giorno. Di cosa vorrei parlare dunque? Della vita. Che tema importante, ma non so nulla a riguardo. O meglio pensavo di sapere già molto, ma più passa il tempo e più mi accorgo che i bambini ci vedono meglio di me. Quando si cresce, inevitabilmente, si va incontro a tantissimi cambiamenti. Cambiano i nostri pensieri, ma cambiano anche i nostri problemi. I problemi sono sempre più grandi di noi però. Se il problema degli adulti è arrivare a fine mese, quello dei bambini è riuscire ad arrampicarsi su una giostra. Ma qual è la cosa più bella? La cosa più stupenda è vivere il tuo problema nello stesso momento in cui vive tuo figlio il suo. Per noi sarebbe semplicissimo risolvere un grattacapo di un fanciullo; d’altro canto, per un pargolo sarebbe un’inezia risolvere il tuo. Quindi impariamo che per ogni problema vi è un punto di vista. Tutto è comunque risolvibile. Ci si affanna per un nulla. Molte volte ci sono dei problemi che oggettivamente non hanno chissà quante soluzioni, a volte non ne hanno per niente. Per cui non ti rimane che accettare il fatto di dover affrontare una situazione e basta. Vedi il nulla davanti a te e rispondi a te stesso e agli altri di non saper come risolvere ma “non preoccupiamoci perché andrà tutto bene”. Poi guardi i tuoi figli, i loro occhi, e ti ricordi che loro sanno che tu sei il loro eroe e sanno a prescindere che, qualsiasi cosa farai, sarà la cosa giusta. Loro saranno sempre al tuo fianco e la cosa più bella è il loro sorriso. La forza di un bambino. La strada sempre dritta, senza le troppe curve che spesso ci costruiamo da soli. Un bambino ha la fantasia per poter volare sopra la tristezza, la forza di saltare sopra le preoccupazioni, la voglia di correre ancora, anche se si inciampa di continuo. Un puro vede il mondo così com’è: meraviglioso. Ed è meraviglioso il solo fatto di poter aprire gli occhi ogni giorno. C’è chi potrebbe dire di vedere ogni mattino un nuovo problema, anzi vorrebbe fermare il tempo. Ogni ora, ogni minuto, secondo che vivi, puoi cambiare le cose. Come? Questo non lo so, troppo facile dire così? Vero. Ma per cosa viviamo quindi? Per preoccuparci? Per affannarci? Se così fosse, beh allora siamo già morti. Non si tratta di “Hakuna Matata”, vivere senza pensieri, si tratta di voler tornare a pensare alle cose fondamentali. Non è facile da spiegare, non sempre è comprensibile, ma ancora oggi fra la pioggia e il sole nasce un arcobaleno. È lì che vive un bambino, dove sa che il sole c’è oltre le nuvole e lo si raggiunge attraverso le sfumature della Vita. Meravigliosa lei, meraviglia di un anno che cambierà il mondo…

People…

Stasera, sì in questo momento è sera, quasi notte, scriverò di quanto sia bella la vita. Probabilmente è un argomento controcorrente, sarebbe più semplice parlare di quanto sia difficile vivere oggi. In fondo, vi è uno sfondo di pessimismo generale. In realtà non ci si ricorda più di ricordarsi di sorridere. Quanti giochi di parole. È semplice. Cammino, con la mia famiglia. Vedo gente camminare, camminare senza alzare la testa. Lo sguardo perso nei propri pensieri. Ogni tanto mi piace fare un gioco, più che altro riflettere sulle persone che mi trovo davanti. Con uno dei lavori che ho svolto, ho avuto l’opportunità di stare a contatto con molta gente e piano piano ho iniziato a pensare. Ho cominciato a pensare alle ipotetiche vite di tutti quegli sguardi pensierosi, senza fermarmi alla prima apparenza. Così nascevano le storie realistiche/fantasiose. L’uomo che alle sette di sera aveva appena finito di lavorare e tornava a casa, ma prima doveva fare la spesa, passare in farmacia, ritirare i panni dalla lavanderia. Una volta a casa, un bacio e un abbraccio cumulativo alla famiglia, una doccia veloce, praticamente un salto, bagnarsi e asciugarsi al volo, cenare e poi a letto perché si è stanchi e ci si alza presto. Poi c’era la donna che anche lei aveva finito di lavorare, un part-time, però, che lo era solo su carta, uno sguardo veloce a qualche capo d’abbigliamento per un regalo, che non si spenda un capitale, la fretta di tornare a casa perché doveva ancora cucinare anche se non sapeva cosa, poi stirare e mettere tutta la famiglia a nanna (marito compreso). Tutto ciò faceva parte del mio gioco e ancora oggi, talvolta, mi capita di immaginare in talune facce, talune storie. E questo ti fa capire, oltre al fatto di essere probabilmente pazzo, che in fondo siamo tutti immensamente uguali, diversi allo stesso tempo. Pensateci bene, le persone che incontriamo ovunque, per strada, nei negozi, nelle sale d’attesa, siamo abituati a vederle come uno sfondo della nostra quotidianità, quindi come semplici figure intorno a noi, di cui possiamo percepirne soltanto un gesto o un azione che in qualche modo ci connette indissolubilmente con l’altro. Per questo motivo ci troviamo in relazione con gli altri solo per un fattore “esterno” alla persona. Così noi siamo protagonisti assoluti della nostra giornata, del nostro minuto, del nostro secondo. Cosa c’è di così tanto strano? Ognuno vede, in fondo, se stesso. Esatto!! Ognuno pensa per sé. Non è forse questo il problema? Quando ci rivolgiamo a qualcuno, molto spesso, non sappiamo la storia dell’altro, cosa stia vivendo, dove stia andando e soprattutto da dove provenga. E siamo sempre più soli. Cosa c’entra tutto questo con il sorridere un po’ di più? Non si sorride perché non riusciamo a vedere più in là dei nostri problemi, che non siamo né i primi, né gli ultimi ad avere un periodo brutto, ma soprattutto non ci ricordiamo più che ci si può aiutare. Siamo uomini, siamo persone interconnesse fra loro, e non online, non per chissà quale obiettivo comune da seguire, ma semplicemente perché abbiamo il Dono immenso della vita, già questo ci rende uguali, nel bene e nel male. Ricordiamoci che la vita è bella, che le gioie sono tali se condivise, la tristezza può ritrovare il sorriso se giriamo lo sguardo verso uno sfondo fatto di persone… proprio come noi.

Davide T.

Chaplin lo ha fatto dire a un bambino…

Non molte parole in questo post… sarebbero superflue. Diciamo solo che oggi, come “qualche” tempo fa, le cose non sono cambiate…

New York, New York…

Siamo ragazzi di oggi, pensiamo sempre all’America, guardiamo lontano… troppo lontano…

Ed è il 1984, Eros Ramazzotti vince il Festival di Sanremo nella sezione Nuove Proposte. Il sogno, l’ambizione di molti giovani nel cercare un futuro migliore, partire per l’America come fosse l’occasione nella vita per svoltare. Oggi, come allora, non è cambiato molto. Magari ci sono altre mete strategiche per far successo, ma l’America, New York, la Grande Mela fa sempre “gola”…

Oh New York, sempre con lo sguardo verso il cielo che lo si raggiunge camminando sui grattacieli. Esci dall’aeroporto e vedi subito lui… il taxi giallo!!! Ed è subito America. Sali sul divanetto posteriore in pelle e senti l’odore del vissuto neyorkese, l’auto sfreccia tra le corsie e nel frattempo ti chiedi pure se ne uscirai vivo, ogni tanto qualche dubbio lì a bordo ti viene. Una volta giunti a destinazione posi il tuo piede sull’asfalto calpestato e consumato da milioni di persone speranzose di possedere una fetta di mela o, ovviamente, dal semplice turista. Ed è stato proprio per un viaggio di nozze che io e mia moglie abbiamo solcato insieme le porte degli USA. Il fumo della metropolitana che esce dai tombini, il panino hot-dog che a pranzo costa 2 dollari e che la sera va in offerta a un dollaro, il NYPD che vedi solo nelle serie in tv e le strade immense, piene zeppe di attrazioni attrattive. Tutto è così veloce e frenetico e altamente affascinante e quando sei sull’ultimo aereo per il ritorno a casa, pensi solo a voler ritornare. Ma non come turista. Sì, perché qui, qui in questa nostra amata terra natía, baciata dalle onde del Mediterraneo mar, non ti è dato, forse, nemmeno più il permesso di sognare. Certo, perché probabilmente anche a NewYork non è che vi sia ancora così tanto il sogno americano. La vita è difficile ovunque e ci si sposta dove è meno peggio. L’idea di prendere il volo, di andare verso una terra lontana ti dà come dei superpoteri, quelli di poter ricominciare tutto da capo, svoltando letteralmente la tua vita. Non potremmo farlo qui? Già… questo, probabilmente è il sogno che possiamo permetterci… per ora.

To be continued…

Davide T.

Cosa resterà…

“Cosa resterà di questi anni ’80” così cantava Raf. E oggi 2018 mi rendo conto che, in fondo, quest’epoca non ci appartiene più. Tutto ciò semplicemente perché non ne siamo protagonisti. Siamo inermi spettatori di un film, di un documentario che va avanti senza chiederci di recitare, anzi, veniamo costretti a interpretare un ruolo che non ci piace più. Questa è una delle tante situazioni di disagio che viviamo oggi. Il non vivere realmente la società. Con malinconia si ricordano gli anni in cui tutto era più semplice. Il lavoro te lo sceglievi, o almeno così dicono gli attori di un tempo. C’è chi nemmeno lo cercava il lavoro e se lo ritrovava per strada. I rapporti erano più umani, e come ho già detto in post precedenti, c’era più tempo per fare tutto. Noi uomini e donne di questa generazione sventurata vediamo un presente dove ci viene detto che tutto è difficile e che dobbiamo accontentarci perché di meglio non c’è. Ma tu uomo o donna di un tempo ti sei accontentato? Oggi mi dici che non conviene comprare una casa perché ci sono troppe tasse da pagare, ma tu non hai forse un tetto e una porta con il tuo cognome permanente? Oggi mi dici che devo stare a tutte le regole del mio datore di lavoro, perché devo ringraziare che almeno un lavoro ce l’ho. Ho un lavoro, ma non ho prospettive nemmeno per cambiare un auto che mi porta sul luogo del mio mestiere. E tra poco potrebbe fare solo quello, perché le regole del mio datore dicono che finché non faccio il doppio delle ore richieste non posso tornare a casa. Però tu mi dici che devo starmi zitto e dire grazie. Ma tu cosa pensi che debba lasciare ai miei figli? E cosa i miei figli devono vivere ora? E tu mi diresti che non avrei dovuto metterli al mondo se non ci sono possibilità per un futuro migliore. E allora per cosa viviamo? Oggi, uomo di un tempo, si sopravvive. Ma come dice il titolo di questo blog, voglio poter giurare di aver vissuto. Vivere vuol dire poter sfruttare nel modo migliore le meraviglie e le gioie della vita. Le bollette, le spese, devono essere solo uno sfondo e non le protagoniste delle nostre esistenze. Si stava meglio quando si stava peggio? La più banale delle frasi. Probabilmente dico di sì. O meglio vi era una serenità generale, una spensieratezza che oggi non abbiamo più. Per tutto questo, uomo che hai vissuto un tempo, non dirmi che devo accontentarmi, che devo accettare i compromessi, che ho delle responsabilità in famiglia, perché la mia unica responsabilità è vivere e far vivere la serenità a chi mi sta accanto. Solo un uomo sereno può contagiare gli altri, come una malattia. Non accontentiamoci mai dei compromessi.

Davide T.

Sei un supereroe…

“Eccomi qui, papà è a casa!!!” Subito quei due paia di occhi vengono a cercarti. Uno corre, l’altra cerca di fare di più. Tu sei pieno di buoni propositi, giocare, giocare, giocare… ma poi… ti ricordi che in tasca c’è quel telefono che nella giornata non sei riuscito a consultare. Lo tiri fuori, mentre quegli occhietti ti fissano da dietro lo schermo e dici: “ecco solo un attimo e arrivo”. E così arrivi, con la testa sullo schermo. “Giochiamo, giochiamo” ti senti dire e tu giochi, molto passivamente, rispondi senza distogliere lo sguardo dalle notifiche. Cerchi e ricerchi una posizione lavorativa migliore fra decine di annunci, poi ti distrai su whatsapp, Facebook, i tuoi hobby informatici. Poi ad un certo punto, quel piccolo grande ometto dice: “spegni il telefono e gioca con me!” Ti si accende in testa una lampadina e il cuore sussulta. La prima cosa che ti chiedi è come farà questo bimbo così piccolo a pensare e formulare una frase del genere, poi ti rendi conto di quanto tu possa essere grande, un grande idiota. In questo modo, i figli aiutano a crescere un padre. Ti accorgi che loro vedono la realtà dal lato più semplice possibile e allora non ti stupisci più di ciò che riescono a dirti perché, in fondo, ti restituiscono la vita così com’è: semplicemente semplice e bellissima. Quindi spegni il telefono e scopri che sul tappetone possono sorgere torri alte alte fino al cielo, piste di macchinine senza confini, possono persino comparire animali da ogni parte del mondo. La cosa più straordinaria è che in questa realtà Tu sei il supereroe. Hai il potere di aggiustare tutti i giochi, puoi far volare i tuoi figli come gli aeroplani, sai tutte le cose del mondo e soprattutto i tuoi bambini si fidano di te. E allora spegniamo anche “mamma” tv perché le tue storie sono più divertenti, e se fuori c’è il sole dobbiamo fare una passeggiata “intorno intorno” e raccogliere un fiore per la mamma. Tu sei sempre l’eroe che salva i suoi cuccioli da un cane che abbaia troppo, apre l’ombrello se piove e, quando bisogna andare più lontano, accende la macchinina grande grande che diventa un’astronave interstellare anche se sei già in riserva di benzina. Sei semplicemente tu, quello che guarisce le ferite con un bacino e che lo fa sentire forte se mangia tutto ciò che la mamma cucina. E tu papà… non riesci a contenere questo amore che vorresti abbracciare l’universo per dire quanto ami la tua famiglia… e tutto questo, semplicemente spegnendo il telefono… per cui ora spengo, devo andare a fare il supereroe…

Il tempo di essere liberi…

“La più consistente scoperta che ho fatto […] è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.”

Così Jep Gambardella, de “La Grande Bellezza” di Sorrentino, esprime uno dei suoi più condivisibili pensieri. Oggi potremmo dire che è tutto un correre ovunque, si va di fretta, non si ha più tempo per far nulla. Le visite ai parenti diventano solo una delle cose della lista da fare, non più un momento di piacere e di condivisione. Io stesso mi ritrovo a scrivere in brandelli di secondi “rubati” alla giornata. Questo perché tutto è diventato più caotico, veloce, dinamico. Perché è condivisibile il pensiero sopra citato? Perché posso affermare che la maggior parte di noi, persone, lavoratori sta sprecando solamente un sacco di tempo. Questa è un’affermazione molto nuda e cruda, manifesta tutto il disagio umano che si vive in quest’epoca dove i valori umani vengono rovesciati, capovolti. Per quale motivo un lavoratore spreca il suo tempo? Ora, senza voler generalizzare, diciamo che una gran fetta di persone svolge un lavoro, il primo che capita solo per sopravvivenza e per senso di responsabilità, senza poter scegliere. Un padre o una madre di famiglia, molto spesso, finiscono per svolgere mansioni che atterrano, spengono le naturali inclinazioni e capacità individuali che frutterebbero molto di più in un ambito lavorativo diverso. Tutto ciò porta non solo alla semplice rassegnazione della persona, ma sicuramente sarà deleterio anche per il tipo di mansione che dovrebbe essere svolta. In poche parole, un lavoratore non realizzato nelle sue attitudini naturali non potrà mai svolgere un lavoro al massimo delle sue capacità. Certo ci si può adattare ma si sa che il bianco non è nero e viceversa. A tutto ciò si aggiungono condizioni contrattuali diverse dal reale svolgimento dell’impiego. Su carta c’è scritto una cosa, ma il TUO TEMPO viene letteralmente rubato e diventi una macchina. Il “tempo indeterminato” diventa la tua giornata lavorativa e non il tuo contratto. E se ti ribelli? La porta è quella… ed è la stessa per tutti. Ma qual è la grande idea che ci salverà? Uscire in massa da quella porta che sembra tanto un salto nel vuoto. È difficile. Quasi impossibile che accada. Ma cosa potrebbe succedere se domani nessuno si presentasse a lavoro? E dico nessuno, qualsiasi sia il suo mestiere, ovviamente laddove si viene sfruttati. Purtroppo le responsabilità di cui si è parlato poc’anzi frenano e inibiscono queste prese di posizione. Eppure… oggi che davvero ci si lamenta per 5 centesimi di busta per la frutta, nessuno si unisce per lottare contro un male ben più grave e comune. Ci stanno togliendo la libertà di essere sereni. Non felici, perché la felicità è un’altra cosa. Siamo sempre più schiavi fondamentalmente delle nostre paure e voglio ribadire che qui non si giudica nessuno che non voglia “ribellarsi”, ma sono solo considerazioni di qualcuno che, come molti altri, vede con profonda amarezza un mondo al contrario. E così il tempo è finito. Potrei dire anche che se sommiamo il tempo del lavoro, quello per dormire, quello per lavarsi il mattino, quel che ci resta è nulla per capire che Amare è ciò che merita più ore nella nostra vita. Per questo, non sprechiamo nemmeno un secondo per un sorriso, per un abbraccio, per dire “Ti Amo”… Perché tolti questi attimi… non ci siamo già più… È questa una triste conclusione? No… non sono un pessimista… penso solo che i miei figli cresceranno con la consapevolezza che bisogna cercare sempre e comunque ciò che ci fa stare bene, ciò che ci rende sereni… la felicità è tale perché fatta di piccoli preziosi momenti, la serenità invece può e deve essere duratura e a lungo termine… l’amore può essere davvero per sempre… la libertà di scegliere è un diritto inalienabile…

Davide T.

La meraviglia di essere padre…

Ed è così meraviglioso. Sarebbe sufficiente quest’ultimo breve periodo per dire tutto, ma sembra non essere abbastanza per esprimere cotanta gioia. Un padre, a volte, è una figura che viene messa in secondo piano, seppur ugualmente importante. Invece, è un ruolo di primaria importanza insieme alla madre. Un tempo, magari, un papà era soltanto l’autorità, colui che tornava la sera tardi da lavoro, dava le regole e provvedeva al fabbisogno della famiglia. Nulla di sbagliato, certo, ma in fondo venivano meno le esigenze affettive per dar più spazio al lavoro. Lavoro necessario per il sostentamento e questo negava la libertà e il principio di essere PADRE sia per il figlio, che per il genitore. Almeno nella maggior parte dei casi. Ma ora voglio soffermarmi sulla meraviglia di diventare papà. Comincia tutto da quando ricevi la notizia di un cuoricino che sta già iniziando a battere. E pulsa veloce, più veloce di quanto tu possa stargli dietro. Non vedi l’ora di osservare la sua fotografia, la prima, in bianco e nero. In quell’immagine più confusa di un quadro di Picasso già ti convinci di vedere il tuo stesso sorriso, i tuoi occhi e magari “vedi” anche il carattere che però è della mamma. Sì perché si gira e si rigira dentro quel piccolo spazio di Vita. E ti prendi già cura del tuo bimbo o della tua bimba…chissà… ti preoccupi di quel fagottino, sì perché ti rendi conto di quanto possa essere fragile tenere in vita quella Vita, e subito capisci che altro non è che un miracolo visibile ai tuoi occhi, ogni giorno una continua conferma di aver ricevuto un Dono. Bene, ci siamo. Ormai manca poco e lui o lei sta per venire al mondo. Ancora non ti rendi conto di ciò che sta per accadere, ma sai che sarà straordinario, ma è ancora troppo poco. Poi la corsa all’ospedale che chissà come te la sarai mille volte immaginata. E poi, e poi, e poi… e poi ti ritrovi lì, faccia a faccia con l’Amore che la Vita ti rende… faccia a faccia, occhi negli occhi… e cos’altro c’è da dire? Tornando all’inizio di questo post, oggi non sarà sicuramente come un tempo ma certamente un padre è, purtroppo, svantaggiato nel tempo da trascorrere con i figli. Vuoi che il ruolo impone una responsabilità per tutta la famiglia, il che ovviamente non lascia molto tempo a disposizione. E allora? E allora ci si ritrova a giocare quelle 2/3 ore la sera con la cena di mezzo, la favola della buonanotte, la preghierina e poi…nanna… ma vorresti passare intere giornate con i tuoi figli… perché loro ne hanno bisogno e forse… hai bisogno soprattutto tu di stare con il frutto dell’Amore che con un sorriso riporta la felicità in ogni giornata…

Davide T.

I Swear I Lived

Partiamo con la vita=coraggio=cambiamenti e c’è anche chi dice che sono cambiamenti solo se spaventano. Forse è proprio così. Oggi come oggi, ma maggiormente per la generazione nata negli anni ’90 è sempre più difficile trovare lavoro, e questa è una prima banalità che abbiamo già toccato in alcuni punti nei precedenti post. Fondamentalmente abbiamo visto che non è poi così tanto vero, o meglio il lavoro c’è ma non offre nessuna prospettiva, sembra che gli unici che se la passino bene siano o i cosiddetti raccomandati o chi ha avuto la classica botta di fortuna. Ok, tralasciando queste due categorie rimane chi sta in mezzo e saltella da un lavoro a un altro. Nessuna continuità, nessuna possibilità di accedere a qualsiasi mutuo, niente di niente. Nel frattempo ci si dimena fra disoccupazioni sempre più ingarbugliate e piccoli lavoretti. E come la vita in genere, si viene di fronte a tanti diversi cambiamenti quanto lo sono i lavori. Il problema iniziale è quello di doversi riadattare alle diverse mansioni, ai diversi settori, orari, tutti fattori che stravolgono il quotidiano di volta in volta. Sovviene, quindi, un tarlo nella mente, dopo l’iniziale pensiero di emigrare, ci si chiede se, forse forse, non sia l’ora di mettersi in proprio. A questo punto si fa molto puntigliosamente una scansione di tutte le nostre capacità cercando di trovare quella che può realmente creare un servizio e farci addirittura pagare per ciò che offriamo!!! Bene, trovato il nostro superpotere viene il momento di creare il nostro business. Ecco che arriva il vero problema!!! Mettiamo che ci stiamo addentrando in una dimensione lavorativa nuova dove creiamo noi il nostro servizio, mettiamo che dobbiamo equilibrare il nostro corpo a produrre da solo, vorremmo quindi cominciare con cautela senza troppa burocrazia e conti vari. Vorremmo sentirci per una volta liberi in tutto e per tutto. E invece… invece fatturare vuol dire guadagnare, guadagnare vuol dire tasse e volendo rimanere nella legalità abbiamo due scelte, lavoro saltuario, come l’hobby del sottoscritto, o rullo di tamburi… partita Iva. Sia nel primo, che nel secondo caso avremo a che fare con leggi e cavilli che scoraggiano il giovane imprenditore ad intraprendere una propria attività. Più che altro non è l’apertura di una partita Iva a spaventare, non è infatti la paura, è più il problema di dover affrontare con poche risorse un percorso che dovrebbe essere più elastico, almeno in partenza. Oggi le attività nascono e muoiono per diversi motivi, ma allo stesso tempo non sempre si è in grado di rischiare. Verrebbe da dire che se uno ha una buona idea di cosa deve aver paura? Di nulla! Però come tutte le scienze, un’idea va sperimentata, provata e corretta più volte prima di diventare perfetta e, molto spesso, non si ha la possibilità di sbagliare. A cosa serve questo post? Forse a nulla, ma si vuole in ogni caso dare coraggio. La realtà è questa, non la si cambia, ma ogni singolo individuo può fare la differenza e cambiare la propria realtà. Lo diceva anche Dante nel suo Ulisse: “…fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza…” Siamo tutti un po’ esploratori nel nostro oceano che è la vita. Facile dire ciò, poi il concreto è diverso, ma nemmeno tanto. Forse è più giusto dire che fin quando permetteremo di farci usare, di renderci oppressi da un sistema sbagliato, allora sì, resteremo ognuno nel proprio recinto, fra le nostre colonne d’Ercole a guardare da una fessura la nostra libertà di espressione, di arte, di volontà, di un lavoro che possa migliorare la nostra vita e quella degli altri. Il coraggio, oggi, che si chiama LIBERTÀ.

 

© 2019 I Swear I Lived

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